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Quelli di ForKidsForLife


In una corsa si può fare molto più che vincere. Così mi ha detto quel giorno Gabriele. Quel giorno che mi ha chiesto se gli prestavo cuore e scarpette. Che mi devi prestare cuore e scarpette per dieci chilometri. Ti faccio correre una maratona che vale più di una corsa. Così mi ha detto Gabriele.

Però io non capivo. Che per me una maratona sono sempre stati quarantaduechilometri. Quarantaduechilometricentonovantacinquemetri per essere precisi.

Che se li calcoli in passi ne devi fare centomila. Un passo alla volta, uno dopo l’altro.

Poi sì, dipende da quanto lungo è il tuo passo. Dipende da quanto lunghe sono le tue gambe. Ma quelli sono, centomila. Passo più passo meno. Mi ha detto Gabriele che questa maratona l’avremmo corsa assieme, che ci saremmo divisi il peso e la fatica. Ho detto a Gabriele che continuavo a non capire. Che una maratona non può essere altro che una maratona. Una maratona non può essere una fatica che puoi dividere con altri. Perché una maratona è come la vita. Resta affar tuo dall’inizio alla fine. Come quei dannati centomilapassi che ti separano dal traguardo, che restano sempre e soltanto affar tuo. E non si fanno sconti. Mai. Non ne puoi correre un pezzo di maratona come non ne puoi scegliere un pezzo della tua vita. Che non è così che funziona.In una corsa si può fare molto più che vincere.

Così mi ha ripetuto Gabriele. Che una maratona lui la corre in meno di tre ore. In Italia in meno di tre ore ci riescono solo un migliaio di runners. Roba seria. Che io con quel passo se va bene al massimo ci faccio una mezza. Lui invece quel passo lo tiene per quasi tre ore.

Per 2 ore 56 minuti e 13 secondi, sempre per voler essere precisi.

E Gabriele è uno preciso. Non può non essere preciso uno come Gabriele. Lui che nella vita progetta ponti e palazzi. Lui che un metro lo misura ad occhio nudo. Lui che se ci corri assieme capisci che il tuo gps non serve a un cazzo. Che se Gabriele dice che stiamo andando a 4 e 20 stiamo andando a 4 e 20. Non un secondo in più. Non un secondo in meno.

In una corsa si può fare molto più che vincere. Così mi ha detto quel ragazzotto dalla faccia buona. E me lo ricordo ancora quel giorno di un paio di mesi fa. Era carnevale. Quella domenica mattina avevamo deciso per un lungo. E le strade di Cagliari quella mattina all’alba erano ancora colorate di lattine e di coriandoli. Che la sera prima c’era stata la festa, quella della sfilata e dei carri. Con la gente ai lati della strada. La sera prima in quella strada sorridevano e ballavano migliaia di persone. Migliaia come oggi. Ma oggi la città è un’altra, le strade sono altre. La festa oggi è per questa maratona. La festa oggi è per queste migliaia di storie, di sfide personali, di traguardi sognati la notte, di dolore fisico da gestire e di emozioni da conservare a lungo. La festa oggi è qui, a Milano. Anche se stamattina il cielo di Milano è grigio e non ha i colori della festa.

Le strade invece no. Le strade sono un fiume variopinto di cuori e di scarpette, di sorrisi e di magliette. Ecco. Mi aveva parlato di magliette Gabriele. Ci scriviamo sopra che noi corriamo per sostenere la campagna “L’acqua è vita”. Che quando me lo ha spiegato ha disegnato nell’aria le virgolette con le dita. Parla così Gabriele. Anche quando corre. Ci sarà scritto così sulla schiena. Così lo leggeranno tutti quelli che avremo dietro. Perché lui corre veloce ed è abituato ad averla dietro la gente. Io invece le avrei messe davanti quelle scritte. Ma che davanti non fa. Che davanti c’è poco spazio. Davanti c’è il pettorale e dietro è meglio. Che la tua schiena vuota non interessa a nessuno. La tua schiena che racconta invece la leggono tutti. Perché anche la tua schiena corre. Insieme alle tue gambe. Insieme alla tua testa. Insieme al tuo cuore. Perché in una maratona si può fare molto più che vincere. E per farlo serve anche la tua schiena.

Per vincere non dobbiamo andare veloci. Così mi ha detto Gabriele.
Per vincere davvero dobbiamo raccogliere dei soldi. Ha pensato a tutto lui. Mi ha detto che avremo aperto una specie di blog. Che lui su internet ci sa fare. E chiediamo agli amici di aiutarci. Perché per vincere dobbiamo far correre anche loro. Per vincere dobbiamo far correre anche chi non ha mai indossato un paio di scarpette. Farli correre virtualmente, mica davvero. Ed il meccanismo è semplice. Io corro, loro donano, tutti insieme vinciamo. E cosa vinciamo Gabriele? Cosa vinciamo? Non era la domanda giusta forse. Perché Gabriele ha smesso di correre. Si è fermato all’improvviso. E quando vedi uno come Gabriele che si ferma all’improvviso vuol dire che c’è qualcosa che non va. Che c’è qualcosa di grave che non va. E così mi sono fermato anch’io. Per capire.

Questa Milano oggi è davvero grigia e fredda. Come solo Milano sa essere grigia e fredda ad aprile. Ai lati delle strade però ci confortano il calore ed i colori della gente. La gente che batte le mani. La gente che ti dà il cinque. La gente che non smette neanche per un istante di incitarti. Ho superato da poco il chilometro numero 10 ed il cielo minaccia pioggia. La pioggia di ieri. Che ieri la pioggia era quella che piace a me. E della pioggia di ieri sono rimaste pozzanghere ed asfalto bagnato. Ed alle pozzanghere lungo il percorso devo farci attenzione stamattina. E le pozzanghere le ho evitate con attenzione per dieci chilometri. Che correre con le scarpette bagnate non va bene. Che correre con la pioggia sul viso invece è spettacolo.

E c’era uno che suonava la batteria al settimo chilometro.

E c’era un altro che agitava dei campanacci al primo rifornimento, quello dei cinque chilometri.

E prima ancora c’era uno che suonava il violino.

Ed era solo il terzo di chilometro.

Che al terzo chilometro il violino ci sta bene. Ti serve anche la musica di un violino per stare calmo. Quando sei appena partito. Quando timancano trentanove chilometri è con la tua testa che devi parlare. Che con le tue gambe ci parlerai quando te ne mancheranno dieci. E le tue gambe le insulterai quando ne mancheranno cinque. Ma le tue gambe le odierai solo quando ne
mancheranno tre. Le ringrazierai poi le tue gambe. Le ringrazierai oltrepassando la linea del traguardo. Ma non un passo prima. Mai un passo prima.
Quanti rubinetti hai in casa?
Questo mi ha chiesto Gabriele fermo sul lato della strada. Ma io la domanda di Gabriele non l’ho capita. Così ho chiesto di nuovo. Non hai capito. Ti spiego. Quanti cazzo di rubinetti hai in casa? Non ho chiesto a Gabriele il perché di quella domanda.
Li ho solo contati. Lì, sul ciglio di quella strada ancora colorata dai resti di una festa di carnevale. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Cinque, ne ho cinque. Sei se considero anche il garage. Lascia perdere il garage. Hai cinque rubinetti in cento metri quadri di casa. Cinque rubinetti. Cinque. Aveva uno sguardo strano Gabriele. Una espressione che poche volte gli avevo visto in volto. Mi ha scritto Paolo. Te lo ricordi Paolo? Il mio amico che lavora con quella ONG, quella di Milano. Te lo ricordi Paolo?
Me lo ricordo. Paolo dice che non riescono a finire i lavori che hanno iniziato in Senegal. Che hanno finito i soldi. In Senegal, si. Lo sai che nel Casamance – nel sud del Senegal – ci sono interi villaggi dove il posto più vicino dal quale poter prendere acqua pulita dista due ore di cammino? Due ore che ogni giorno mancano alla vita di una donna. Perché sono le donne che trasportano quei bidoni. Che tu in due ore ci corri forse la mezza. Mi prende sempre per il culo Gabriele. Per via dei miei tempi da maratoneta pigro. E lo sai che quella che pescano in certi pozzi non è nemmeno acqua pulita? La dovresti vedere. Tu non ci laveresti nemmeno i piedi in quell’acqua. E lo sai che ci sono bambini dell’età di Nicole che muoiono di diarrea perché quella di acqua se la devono anche bere? Parla di Nicole mia figlia. Parla di lei che ha sette anni. Parla di lei perché lui sa. Lo ricordo ancora lo sguardo di Gabriele. Li ricordo ancora i suoi occhi. E’ stato in quel momento che ho iniziato a capire. Ed è stato allora che qualcosa – dentro di me – all’improvviso é cambiata. Io oggi alla finish line non ci devo arrivare.

Io oggi di chilometri ne devo correre undici. Undici. Dalla partenza al primo cambio. Così mi aveva spiegato Gabriele. Che poi dopo undici chilometri troverai me. All’undicesimo chilometro ci sarò io. E quel testimone lo porterò io per altri dieci
chilometri. E quel testimone lo porterò a Silvia. Perché è così funziona una maratona a staffetta.

In una corsa si può fare molto più che vincere.

Si può costruire una rete idrica in Senegal, per esempio. Così mi ha detto Gabriele. Che se costruisci una rete idrica che va dal pozzo al villaggio quelle donne vivono quattro ore in più. Ogni giorno. Perché l’acqua è vita. Che con quella vita in più
magari ci studiano. O magari ci lavorano. Ed i loro figli magari si lavano finalmente con acqua pulita. Ed i loro figli finalmente se la bevono pure quell’acqua pulita. E la loro vita non sarebbe più appesa a un filo. Perché il diritto di quei bambini ad avere
acqua pulita in casa è lo stesso diritto che ha tua figlia. Che forse è vero. Che forse a Nicole non le ho mai spiegato bene. A Nicole non ho forse raccontato bene quanto l’acqua sia importante, quanto l’acqua sia preziosa. Noi che lo diamo per
scontato. Noi che una cosa è facile come bere un bicchiere d’acqua. Noi, così lo diciamo noi. Noi che siamo nati in questa parte del mondo. Che la verità è sempre che invece tutto dipende. Che dipende da che punto lo guardi il mondo. Che aveva
ragione quello della canzone. E sto correndo senza le mie canzoni oggi. Senza la mia playlist cattiva nelle orecchie. Perché non serve la musica oggi. Perché la musica che mi serve oggi è dentro. Che quando ho capito che in questa corsa si poteva fare molto più che vincere la musica ho iniziato a sentirla dentro davvero.

E la sento soprattutto adesso. Adesso che ci siamo quasi. Che siamo quasi al momento atteso. E adesso mi aspetto di vederla quella faccia da ragazzotto bravo di Gabriele. In mezzo a questa bolgia di runners e di spettatori. Il cielo è sempre grigio e forse sta pure piovendo. Ed una goccia d’acqua mi sembra di averla sentita sul viso. E per una goccia d’acqua sto correndo stamattina. Per quelle due ore di cammino di quella donna in Senegal. Per quelle due ore di cammino chedeve percorrere ogni giorno. Per quelle due ore di cammino che deve percorrere per tutta la vita. Per quelle due ore di vita che non vive. Che poi appunto sono quattro. Perché due ore sono quelle che servono per arrivarci a quel pozzo. Ed altre due sono quelle che servono per tornare al villaggio. E poi nel mezzo ci sono dei vecchi bidoni di plastica da riempire, da caricare sulle spalle o su un vecchio
carretto. E così ogni giorno. Per tutta la vita.

Ecco, piove.
Piove su questa Milano che corre. E piove davvero adesso. Piove sui runners. Piove sulla gente che ci incita a non mollare. Piove sulle strade affollate di sogni. Piove sulle auto in sosta. Piove sui volontari del servizio d’ordine. Piove sul mio viso che sorride. Piove sul viso di Gabriele. Che lo vedo adesso il sorriso buono di Gabriele. Vedo il suo sorriso felice adesso che anche lui vede me. In questa bolgia di runners e di storie e di colori e di emozioni.

In questa corsa forse faremo molto più che correre. In questa corsa forse faremo molto più che vincere.

Che forse aveva ragione lui. Non importa quanto ci ho messo ad arrivare qui. Non importa quanto ci metterà lui ad arrivare da Silvia. Non importa quanto ci metterà Silvia ad arrivare da Annalisa. Non importa quanto Annalisa ci metterà ad arrivare al Castello degli Sforza. Che al Castello degli Sforza Annalisa troverà la finish line, quella linea magica che segna la fine di questo viaggio stupendo chiamato maratona. Ma che non è solo una maratona, che non è solo una distanza fisica la maratona.

Sta a pochi metri da me adesso Gabiele. E sorride che sembra un bambino. Me lo legge chiaro in volto Gabriele che davvero stavolta ho dato tutto. Che correre questi undici chilometri per me è stato come correre una maratona intera. Mi viene incontro. Lo ha capito che così veloce non ero mai andato. Ed ha capito che più veloce non sarei potuto andare davvero. Perché io sono un maratoneta pigro. Grande Ale, urla Gabriele. Urla come un bambino, con le braccia aperte. Come quando stai per abbracciare un amico che non vedi da una vita.

Che invece noi eravamo assieme solo un paio d’ore fa. Ma forse eravamo due persone diverse due ore fa. Adesso invece siamo una cosa soltanto, un obiettivo soltanto, un sogno soltanto. Il testimone di questo sogno ha la forma di un semplice chip. E questo testimone adesso è tuo Gabriele. Che adesso sei tu che devi correre. E devi farle volare quelle scarpette.


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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