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di quella volta a Firenze


Nel cielo sopra Visarno Arena adesso restano solo terra e l’eco infinito di decibel cattivi. I System Of A Down hanno lasciato l’immenso palco del Firenze Rocks da pochi minuti. Attorno a me il brusio lieve di cinquantamila fan che abbandonano un ippodromo che per ore non è stato un ippodromo ma un meraviglioso tempio del rock. In pochi giorni sono passati di quì nomi leggendari della musica. Hanno vibrato con loro le corde vocali di duecentomila persone. Giunte da ogni dove per Radiohead, Placebo, Aerosmith, Eddie Vedder, Prophets of Rage. E poi ancora Samuel, Glen Hansard, Don Broco, Deaf Havana e poi ancora non mi ricordo più.

Firenze Rocks è il festival che riscrive la storia del rock in Italia. E se vi state chiedendo perché in questo diario scrivo di musica io che di musica non scrivo mai beh, non lo so.

Anzi invece non è vero. Io lo so e lo so molto bene perché. Perché io la polvere ed i decibel del Visarno Arena li ho respirati per dieci giorni. Orgoglioso di essere lì a condividere l’emozione del rock per via del mio lavoro. Che anche del mio lavoro in questo diario non parlo mai. Ma il mio lavoro talvolta con la musica ha tanto a che fare. E stavolta decido che infrango la regola. La regola che in questo diario del mio lavoro non scrivo mai.

Il mio lavoro – magari non lo sapete – ma ha anche fare con la birra. E che dove c’è rock c’è birra. E dove c’è birra talvolta – appunto – ci sono io. Ci sono io e c’è perciò – talvolta – l’azienda per la quale da quasi dieci anni lavoro.

Più o meno quindi funziona così. In ogni grande azienda di birra si lavora per brand. Ogni brand ha la sua identità. Ogni identità va raccontata al consumatore. O perlomeno noi ci proviamo tutti i giorni. Raccontare vuol dire talvolta vivere insieme al consumatore le sue emozioni, condividere con lui i grandi eventi, accompagnare momenti unici ed indimenticabili della sua vita. Che tanto lo sappiamo che nella vita di tutti noi la musica c’è sempre. Perché gente, la musica non può non esserci nei momenti importanti della nostra vita.

Se poi siete curiosi sappiate che dieto un evento musicale di questa portata si muove una organizzazione pazzesca. Fatta di numeri pazzeschi, di tensioni pazzesche ma anche di emozioni pazzesche.

Per esempio al Visarno per spillare oltre duecentomila bicchieri di birra freschissima sono serviti oltre cento baristi ed altrettanti impianti spina. E sono serviti oltre duecentomila bicchieri. E sono servite ben quattro cisterne strapiene di birra non pastorizzata. E sono serviti centinaia di fusti. E sono serviti decine di tecnici. E sono servite decine di ore di lavoro paziente sotto un caldo torrido. Ed è servita pazienza e buon senso. Tanta pazienza e tanto buon senso. Perché far muovere una macchina organizzativa di questa portata non è un esercizio adatto ai deboli di cuore.

Magari non lo sapete. E perciò ve lo dico io. Dietro qualunque birra in qualunque concerto ci sono sempre mesi di trattative con gli organizzatori. E dipartimenti da coordinare. La logistica, la produzione, il marketing, il trade marketing, le vendite, il customer service interno e quello esterno e poi ancora il finance. Perché i numeri sono importanti e sbagliare a far di conto poi è un attimo. Senza dimenticare poi l’anello più importante della catena: il partner della distribuzione locale. Ovvero chi materialmente assicura che il prodotto e tutti i materiali necessari arrivino per tempo sul luogo dell’evento.

Ma non è di tutto questo che voglio scrivere. Voglio scrivere invece di emozioni. Quelle che ti danno duecentomila persone che hanno in mano un bicchiere che tu in un modo o nell’altro hai fatto in modo che fosse lì. Che fosse lì fresco. Che fosse lì pronto. Che fosse lì ogni qualvolta una birra ghiacciata aiutava a combattere il caldo snervante di questo torrido giugno fiorentino.

Ho visto gente che piangeva sulla voce di Eddie Vedder. Ed in mano aveva la mia birra. Ho visto gente che saltava al ritmo della batteria maltrattata da Joey Kramer. Ed in mano aveva la mia birra. Ho visto ragazzi ballare sulle note di Imagine. Senza separarsi un istante dalla mia birra. Però ho anche visto la mia birra cadere. Ma provate voi a non farla cadere se l’impressionante amplificazione del Visarno vi scaraventa addosso l’energia di Toxicity dei System Of A Down.

Ho visto la mia birra che suonava il rock.
E credo per un istante di aver pianto anch’io.


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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