di quella volta che volevo la Playstation


Quelli della mia generazione certe cose le capiscono in fretta. Perché sono stati addestrati fin da piccoli a distinguere i buoni dai cattivi. Per esempio una volta da bambino scrissi a Babbo Natale che volevo la playstation. Però poi Babbo Natale mi scrisse in privato rammaricandosi del fatto che la playstation non l’avessero ancora inventata. E perciò quell’anno sotto l’albero trovai uno scatolone con tanti soldatini blu e tanti indiani brutti e con la faccia minacciosa. Alcuni armati di fucile. Ma io ero troppo piccolo per domandarmi dove cazzo avessero trovato dei Winchester quei loschi figuri che io li immaginavo a tramare contro i miei eroi sulle montagne del selvaggio west dentro una tenda colorata. E poi comunque loro erano brutti ed il loro volto era il volto del male. Ed il loro dio era un tale chiamato Manitù del quale a catechismo io non avevo mai sentito parlare. E poi comunque – vuoi mettere – i miei soldatini blu erano tutti bellissimi e vestiti bene. Dico la verità, non avevo esattamente capito cosa ci facessero i miei soldatini nella terra degli indiani ma ogni volta che mi ponevo il dubbio si era fatta ora di pranzo e mia mamma ci voleva tutti in cucina attorno al tavolo e con le mani ben lavate.

Poi sono diventato adolescente ed ho smesso di giocare con i soldatini. Mi avevano spiegato nel frattempo che Babbo Natale non esiste ma che i cattivi invece sì. Quando ero adolescente io i cattivi erano quelli che si mangiavano i bambini ed erano così cattivi che non credevano neanche in dio. Vi dico di più. Erano così cattivi che era palese che avessero il volto del male – che tanto per iniziare parlavano una lingua strana e già questa cosa la dice lunga – e mi ricordo che in un film c’era uno di questi cattivi che diceva ad uno di quelli buoni che lo avrebbe spezzato in due. Fatto sta che i buoni a quel tempo anziché pistole e cannoni cercavano di sconfiggere i cattivi con missili e robe varie. E però siccome che i cattivi non erano tonti si organizzavano anche loro con missili e robe varie. Però non erano tonti neanche i buoni. Così dicevano ai cattivi che erano pronti a sparare i loro missili ma poi non sparavano mai. I cattivi rispondevano ai buoni che se loro avessero sparato anche un solo missile poi per ripicca avrebbero sparato anche loro. E così andava avanti questo tira e molla ma non succedeva mai niente.

Solo che siccome loro erano quelli cattivi e noi invece quelli buoni tutti coloro che ci governavano ci chiesero di aver pazienza e ci piantavano delle basi militari sotto casa perché comunque era meglio organizzare bene la difesa. Che con i cattivi non si sa mai. Addirittura vicino a casa mia non si poteva fare il bagno perché di giorno e di notte c’erano quelli buoni che si addestravano a sconfiggere quelli cattivi. Poi finiva che ai cattivi non gli sparavano mai mentre invece vicino a casa mia dopo qualche anno a furia di addestrarsi avevano distrutto tutto e c’erano bombe velenose che ci avevano inquinato l’acqua e la terra e mio babbo diceva che lì non si poteva più andare nemmeno a cercare funghi.
Poi credo che ad un certo punto buoni e cattivi avessero fatto la pace. Tipo che i loro grandi capi andavano insieme a donne, organizzavano feste in piscina ed altre cose così.
Però qualcosa probabilmente non funzionò. Così mi ricordo che un giorno che tutto sembrava calmo e tranquillo vidi alla tv dei cattivi senza Winchester e senza missili che sfondavano due grattacieli in America pilotando degli aerei. Che all’inizio nessuno aveva capito. Però ci spiegarono in fretta che si trattava di nuovi cattivi. Che il volto del male era un tizio vestito di nero con la barba lunga che a mia mamma ricordava il bobbotti – che quando ero bambino io identificavo come un personaggio mitologico più brutto dell’uomo nero – e che c’era solo un modo per liberarcene. Andare a casa loro armati fino ai denti a spiegare che certe cose non si fanno. E che sarebbe stata una roba veloce. Tipo quindici anni.

Che poi in quindici anni le cose in effetti sono migliorate notevolmente. I cattivi sono sempre cattivi però in compenso noi siamo più sicuri a casa nostra. Se non fosse che da un po’ di tempo a questa parte ci sono altri cattivi travestiti da buoni che stanno cercando di invadere le terre dove viviamo noi buoni. Accampando le scuse più meschine. Tipo che a casa loro non hanno di che vivere e che non sanno come crescere e proteggere i loro figli dalle bombe che fanno esplodere degli altri cattivi armati dai buoni per sconfiggere degli altri cattivi ancora. Insomma, un casino che non se ne capisce niente.
Per fortuna comunque che ieri uno dei grandi capi di quelli buoni ha spiegato che adesso il volto del male non ha più delle strisce colorate sulla faccia, non crede in un dio chiamato Manitù ma – pure peggio – in un altro dio che avrebbe incaricato un profeta di scrivere un libro dove invitava tutti i cattivi a radere al suolo le città di quelli buoni. E che quindi non c’è tempo da perdere. Anche perché i cattivi si stanno vendendo sottobanco il petrolio che hanno a casa loro e a noi buoni niente. Manco lo sgobbo ci fanno fare.
E perciò – come dicevo all’inizio – a quelli della mia generazione è bastato poco per capire anche stavolta chi sono i buoni e chi sono i cattivi.


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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