Dinamo Sassari Campione d'Italia

Di quella volta che abbiamo vinto lo scudetto 2


Ho cercato fino alle sei di sera un modo qualunque per entrare nella bolgia infernale del PalaBigi. Quando ho capito che non sarei riuscito nell’impresa ho rivolto l’auto da Bologna verso Livorno.

Il prepartita di RaiSport1 l’ho seguito in streaming sul mio iPad in attesa dell’imbarco mentre il porto si riempiva di centinaia di auto e di vacanzieri provenienti da ogni dove. Alle 21 e 10 il 4G decide che può bastare così. E per seguire il primo quarto di gara 7 della finale scudetto non mi resta che la diretta di Radio1 (che poi diciamolo, il suo fascino una radiocronaca ben fatta lo conserva sempre).

La Moby Aki inghiotte la mia auto al garage 5 mentre a Reggio Emilia la Dinamo gioca i dieci minuti più folli di questa sua indimenticabile stagione.

Al ponte numero 8 ci sono tre enormi televisori accesi su non so quale programma. E il bar è ancora deserto. Faccio presente all’uomo dietro il bancone che deve cambiare canale e mettere su RaiTre. Mi dice che deve chiedere al responsabile. Gli dico che glielo chiederà la prossima volta. Ordino una Nastro Azzurro ghiacciata e un telecomando. Premo il tasto 3 che siamo tornati sotto di due e riprendo colore.

Del terzo quarto non ricordo nulla. Salvo che i tavolini del bar nel frattempo sono affollatissimi ma di sardi c’è ne sono pochi. E che questo è un buon segno e vuol dire che ci sono tanti turisti in viaggio verso l’isola che tra poco sarà campione d’Italia.

Ultimo quarto con i Linkin Park nelle cuffie.

Quando mancano 41 secondi alla fine apro il mio zaino e tiro fuori lei, la mia vecchia compagna di viaggio. Quella che taglia con me il traguardo nelle maratone. Quella che era con me a Desio questo inverno quando abbiamo sollevato la Coppa Italia in una delle tante notti tragiche per Milano e magiche per Sassari. Avvolgo la bandiera con i quattro mori sulle spalle. Resto in piedi. Ricordo un fermo immagine sulla faccia da culo di Jerome Dyson e un altro su un mezzo sorriso beffardo di Meo Sacchetti.

Poi non so esattamente quanto ho impiegato a capire.

Ho visto Paolo Citrini salire sul podio per primo a ritirare la medaglia dei vincitori. E poi – che era la terza volta quest’anno – le immagini di Manuel Vanuzzo con una coppa in mano. E poi ancora quelle di Jack Devecchi che lo abbraccia. Frammenti di storia.

E io che nel frattempo ordino un’altra Nastro Azzurro ghiacciata… e restituisco il telecomando all’uomo dietro il bancone.

[diario di un #maratonetapigro | 26 giugno 2015, quella volta che abbiamo vinto lo scudetto]

Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.


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