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di quella sera che cercavo una scusa


E niente caro diario, non è che al momento le cose mi vadano un granché bene. Quindi prima ancora di iniziare a scrivere ti chiedo scusa. Ma ho bisogno di approfittare per qualche pagina della tua pazienza. Perché sai caro diario,  ho imparato che a volte scrivere è un modo molto semplice per fare un po’ di ordine dentro. Anche se fuori poi tutto resta comunque sottosopra. Si, lo so che stasera avrei dovuto fare le ripetute. E so anche che tra meno di dieci giorni dovrò correre una maratona. Ma tu caro diario lo sai. Io sono sempre stato un maratoneta pigro. E non è di certo adesso che cambierò passo. Poi comunque diciamoci la verità. A cosa servono davvero queste ripetute io non l’ho mica capito. Che già correre è faticoso di suo. Che correre anche prendendosi gioco del cuore non va mica tanto bene. Che a volte ci pensa la vita a prendersi gioco del cuore.   E poi per carità, mi rendo conto che – tecnicamente parlando – una mezz’ora spesa in pista a consumare scarpette e sudore correndo le dodiciperquattrocento avrà pure il suo perché. Ma io con le cose tecniche della vita non ho mai avuto un bel rapporto.
Diciamo che forse è con parecchie cose della vita che io da un po’ non ho un gran bel rapporto. Ma la vita è come la maratona. Non è che puoi sperare che qualcuno la correrà al tuo posto. O la  corri con le tue gambe o lasci perdere. Solo che lasciar perdere non è atteggiamento che mi appartiene. Nella maratona come nella vita, sia chiaro.
Quindi caro diario volevo dirti che lo so. Lo so molto bene che le ripetute vanno fatte. E che il cuore si deve abituare anche a questo tipo di fatica. Che in fondo le ripetute sono un buon allenamento anche per gli alti e i bassi della vita. Però mannaggialamiseria stasera non ne ho voglia davvero. Che tu sappia esistono delle scorciatoie?
No perché sai, se ci fossero delle scorciatoie ne sarei felice davvero. E poi fuori fa freddo. Che va bene che posso metter su una maglia tecnica e uno scaldacollo. Ma vuoi mettere con un bel pigiama in pile e il culo attaccato al radiatore in ghisa bollente? E poi siccome le cose non mi vanno un granché bene direi che sarei anche giustificato se per una volta salto una sessione di allenamento. O no?
Come dici caro diario? Non sono giustificato? Anche se ho sempre rispettato tutte le sedute di allenamento della mia tabella? Che diamine, sono quattro mesi che viaggio con in tasca questa maledetta tabella. E magari ti ricordo che sono andato a fare il lungo anche quella volta che avevo trentotto di febbre. E ti ricordo che ho fatto i miei ventidue chilometri al tapis roulant nella palestra di quell’hotel di Padova quella volta che erano le dieci di sera. E ti ricordo che queste sciagurate ripetute le ho fatte anche sotto la pioggia in un parcheggio di un centro commerciale di Bologna. E sono andato a correre immerso nella nebbia sul lungomare di Rimini una sera che avevo mal di gola. E sono uscito di casa la mattina all’alba quasi tutte le domeniche negli ultimi tre mesi. E che insomma adesso caro diario mi sarei anche rotto i coglioni. E sarai d’accordo con me che un buon motivo in fondo in fondo ci sarà.
Dici che però adesso è il momento peggiore per mollare? Dici che se abbasso la guardia adesso poi tra dieci giorni in gara me ne pentirò amaramente? Dici che dai, guarda che in fondo non è ancora così tardi? Dici che in fondo cosa vuoi che sia mezz’ora? Dici che non è il freddo fuori il mio vero nemico? Dici che il freddo vero è solo quello che ho dentro? E quindi cosa dovrei fare? Sì, certo che ho una playlist. E mi ricordo bene che in fondo sono gli ultimi dieci giorni. E che poi starò meglio. E che sotto una doccia bollente si sistemano tante cose. E che al diavolo che sono pigro. E che a trovare scuse sono bravi i perdenti.
Si però facciamo che questa è l’ultima volta però, caro diario. Che poi mi devi aiutare a trovare una passione meno faticosa. Non so, cucinare per esempio. O fare fotografia. O suonare la batteria. Che in fondo ho sempre sognato saper suonare la batteria.
Va bene caro diario, vado a metter su una maglia tecnica e uno scaldacollo. Che in fondo dodiciperquattrocento ci vuole una mezz’ora e poi ho finito. Ma resta il fatto che le cose non mi vadano un granché bene. Però hai ragione tu. Che in fondo dopo queste dodiciperquattrocento guarderò le cose in modo diverso e probabilmente mi sembrerà che inizieranno ad andare un pochino meglio

Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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