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di quella notte sull’Olbia – Livorno 2


Olbia, imbarco Moby. Sono le otto di sera e soffia un vento di grecale che sembra arrabbiato col mondo più del dovuto. Un uomo sulla quarantina arriva trafelato al check in. Parla con l’addetto agli imbarchi a terra. Io sto in auto a pochi metri. Non sento nel dettaglio tutta la conversazione ma capisco che l’uomo ha bisogno di un posto comodo per la sua auto. Che poi la mattina dopo a Livorno vuole essere tra i primi a sbarcare. Sento solo la frase finale: devo portare mio figlio piccolo in ospedale. Che già a me con questa frase mi si drizzano tutti i peli sullo stomaco e quei pochi rimasti sulla testa. L’addetto al check in – con fare superiore e distaccato – glissa con un “non credo sia possibile perché la nave è piena”. Vorrei intervenire – che io non sono mai bravo a farmi i cazzi miei – ma vedo che l’uomo (che adesso per me è più semplicemente un babbo in ansia per il figlio) se la cava abbastanza bene. Tipo che ha l’aria di uno che la nave gliela smonta pur di avere un posto davanti.

A bordo solito clima invernale. Poca gente. Personale Moby scazzato come di consueto. Chiedo un caffè al bar e mi propongono il solito triste bicchiere di carta. Chiedo la tazzina in ceramica. Se possibile e per favore. Risposta difficile da capire ma che piu o meno suona così: la lavastoviglie è rotta e possiamo usare solo bicchieri usa e getta. Faccio notare che – minchia – questa lavastoviglie è sei mesi che è rotta. Che se volete vi do il numero di signor Dettori, il mio tecnico tuttofare che ripara anche le pietre. Però quelli del bar non sono personaggi facili da approcciare. Che non capisco poi perché se io ti parlo in italiano tu mi rispondi in napoletano. Che allora facciamo che ti parlo in sassarese e siamo pari ma non mi sembra un esercizio linguistico intelligente.

Sono in bagno e cerco di lavarmi le mani con un filo d’acqua. Che poi dico, ma possibile che sia sempre così difficile lavarsi le mani su questa nave? Attraverso lo specchio alle mie spalle vedo uno dei barman in divisa grigia e blu. È lui quello del caffè. Fa pipì con la porta aperta. Finisce, tira lo sciacquone e va via senza lavarsi. Inutile aggiungere che non passerò più per il bar al ponte 8 della Moby Wonder nemmeno se fossi a corto di acqua e viveri come uno che si è perso nel deserto del Sahara settentrionale da venti giorni.

Mezzanotte passata. Traversata difficile. Si balla già appena fuori dall’Isola Bianca. Io soffro come al solito e mi distendo in attesa di una tregua che però pare non arrivare. In compenso sento un forte odore di fumo. Arriva dal piano di sopra. Cerco di capire chi sia il fenomeno che si concede una sigaretta al chiuso con mare formato e nauseante. Tre minuti dopo vedo scendere l’altro barman. Ed il cerchio si chiude.

La mattina dopo il parcheggio al ponte 4 è semivuoto come sempre in questo periodo. Mi torna alla mente il babbo in ansia per il figlio della sera prima. Che gli dicevano in malo modo che invece la nave era piena.

Una volta c’era la concorrenza. Adesso Tirrenia e Moby sono diventati una sola compagnia. Tutto si spiega. Tutto si giustifica.

Per fortuna che per noi sardi da ottobre ci sarà la nuova continuità aerea…


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.


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