img_0125

di quella mattina a Milano


I medici alla fine hanno parlato di ugola bifida. Che a capire poi cosa voglia esattamente dire ce ne passa. Noi avevamo notato da un po’ di tempo che qualcosa in Pietro non andava. A noi sembrava in realtà che Pietro non ci sentisse bene. O perlomeno così pensavamo. Siamo andati da un otorino. E così è iniziata la nostra odissea. Allora lui aveva solo otto mesi. E tra medici con idee chiarissime ed altri che non ci tranquillizzavano affatto il tempo scorreva senza colori. E nel dubbio ci siamo fidati di quei dottori che dicevano di aspettare. E noi abbiamo aspettato. Tre anni. Che tre anni sono troppi se poi un giorno realizzi che gli altri bambini non capiscono tuo figlio quando parla. Perché questo succedeva. Che Pietro parlava e gli altri bambini non lo capivano.

Serena mi racconta la sua storia in una mattina di grigio e di smog. E di strade chiuse nel centro città. In quella Milano che non ama la Maratona. Io e lei corriamo assieme gli ultimi dieci chilometri. Il passo è quello di chi conserva un po’ di fiato per parlare.

Avete combinato un disastro. Voi avete combinato un vero disastro con vostro figlio. Le parole di quel medico non me le scorderò mai. Era un giorno di ottobre che non mi ricordo quale, due anni fa. L’ospedale era quello di Monza. Il terrore vero inizia a quel punto su internet. Quando inizi a cercare cosa vogliano dire termini come schisi o labiopalatoschisi. E soprattutto cosa vogliano dire quelle parole per la vita di Pietro. Era il momento più difficile. Il vuoto dentro.

Al chilometro trentacinque ci sono i rifornimenti. Acqua e sali. E poi banane e biscotti. Quei biscotti che io da bambino ne andavo goloso. Che quegli oro saiwa me li comprava sempre mia zia. Che ti si incollavano in bocca allora e mi si incollano in bocca anche stamattina. Serena mi dice vai se vuoi andare. Che magari vuoi correre più veloce. Che però Serena si dimentica che sta correndo con uno pigro. Che però a Serena le dico che io no, che non voglio correre più veloce. Che io desidero invece conoscere tutto il resto della storia.

Google e la rete mi fanno incrociare un blog. Luciano Albonetti è il papà di Irene. A soli quattro mesi di vita viene operata a causa di una labioschisi con mancanza di osso mascellare. La sua storia apparentemente non c’entra niente con quella di Pietro. Eppure i sintomi e le storie che leggo sulle sue pagine mi fanno pensare che invece non sia così. Gli scrivo. Ci sentiamo. Gli racconto la storia di Pietro. E lui non ha nessuna esitazione. Se fosse mio figlio lo porterei in uno di questi tre centri specializzati. Anzi, se proprio devo dirla tutta lo porterei subito a Pisa. Senza perdere altro tempo.

Al chilometro quarantuno di solito pensi solo che tra poco vedrai il traguardo. Però stamattina non è così. Non sento fatica sulle gambe. Sento più fatica dentro. Ogni tanto levo gli occhi dalla strada e cerco gli occhi di Serena. Il suo è un racconto composto. Di una mamma che non ha paura della fatica. Di una mamma che semmai ha più terrore di non sapere. Di non conoscere. Di non trovare risposte. Di non sapere cosa fare. Di non essere certa che le scelte che prenderà per la vita di suo figlio saranno quelle giuste. Di non essere certa che quelle scelte riporteranno il sorriso. Dentro e fuori.

Il percorso labiopalatoschisi dell’Azienda Ospedaliera Pisana è diretto da un chirurgo plastico, il dottor Gatti. Poi è presente anche un team multidisciplinare con logopedista, ortodontista, otorino e psicologo che segue i bambini durante la crescita e attraverso le diverse tappe chirurgiche e i controlli successivi. A Pisa ho incontrato quelli di AISMEL. E da quel momento in poi la mia vita e quella di Pietro hanno ripreso i colori che avevano perso. Perché oggi Pietro è finalmente un bambino che ha ritrovato il suo sorriso.

Mi giro verso di lei, che corre al mio fianco sulla destra. Serena adesso ha in volto una luce diversa. E in quell’istante realizzo alcune cose. Per esempio che tutto da quel momento in poi nel suo racconto avrebbe cambiato tono. Mi dice sai Ale, io adesso vorrei fare qualcosa per aiutare altre mamme come me, altri bambini come Pietro. Vorrei fare qualcosa per aiutare AISMEL nel portare avanti sogni e progetti. Qualcosa, piccola o grande ma qualcosa.

Al chilometro quarantadue arriviamo che Milano nel frattempo è riscaldata da un sole tiepido. Sembra quasi una città diversa da quella di un’ora fa. Al traguardo abbraccio Serena. Indossiamo la stessa maglia. Quella con gli smarties. Io e lei fino ad oggi avevamo condiviso i sogni di ForKidsForLife. I sogni di quel manipolo di runners che prestano cuore e scarpette per donare un sorriso. Piccole cose, niente di che.

C’è sempre una emozione particolare quando vai un metro oltre la tua finish line. Stamattina un po’ di più. Perché questo traguardo stamattina non è un punto di arrivo ma una nuova partenza.


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

Lascia un commento