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di quel lunedì che l’estate non era ancora finita


Il diciotto settembre del 2006 a Sassari era una giornata caldissima. Una giornata di quelle così caldissime che non diresti mai che tanto l’estate sta oramai finendo.

Il diciotto settembre del 2006 era un lunedì. Ma era un lunedì caldissimo e speciale. Lavorativo per tanti ma non lavorativo per me. A dieci anni di distanza non ho ancora capito perché quella mattina uscii di casa indossando camicia e giacca blu.

Di quella gente giornata ho ricordi a tratti molto nitidi ed a tratti molto confusi.

Ricordo molto chiaramente l’espressione di meraviglia sul viso di Michela alle 6 meno dieci del mattino. Credo che Nicole abbia deciso di nascere oggi ma questa cosa non era prevista. Che tante cose nella vita in fondo non le avevi previste e pensi che sono talvolta sono anche troppo difficili per te. Ma non per questo puoi chiedere il cambio come in una partita di basket.

Ricordo molto confusamente il breve tratto di auto verso l’ospedale. Ricordo confusamente luci e odori di quel piano quinto in viale San Pietro. Ricordo confusamente le ore di attesa. Ricordo confusamente telefonate e tramezzini e acqua minerale. Ricordo confusamente il via vai di parenti e di tanti papà in attesa. Che il lunedì io non lo sapevo ma è il giorno migliore per mettere in agenda un cesareo. Così fan tutti. Anche se questo a dire la verità io non lo so per certo.

Ricordo molto chiaramente quando il momento tanto atteso non arrivava mai. E chilometri macinati con la mia giacca blu sulla spalla. Cambiando mano ogni tanto. Cambiando mano quando sentivo che il sangue in quella mano non arrivava più. Così per ore. Che forse la mia prima la maratona l’ho completata quel lunedì. Senza forse.

Alle sei della sera (dodici ore dopo aver messo piede in quel piano quinto in viale San Pietro) una infermiera mi viene a cercare. Dice che posso entrare. Dice che ci siamo. Dice che devo lasciare la giacca fuori. Dice che devo indossare un camice verde. Dice che devo essere forte. Dice un sacco di cose insomma. Io invece non dico un cazzo.

Da quel momento non in poi non ricordo più niente.

Trentatre minuti dopo mi ritrovo tra le mani un fagottino bianco. Che no. Non ho la minima idea di cosa farci. Dice l’infermiera che avvolta li dentro ci sarebbe mia figlia. Mi chiede come abbiamo deciso di chiamarla.

Credo di aver dato il nome giusto.

 

 


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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