smarties


La domanda è di quelle che ogni volta per dare una risposta un minimo sensata ci metto sempre un po’. Una domanda semplice semplice. Che talvolta mi rivolgono persone che conosco da tempo e che altre volte invece spunta improvvisa nelle conversazioni di ogni giorno. Quelle degli incontri di lavoro o di vita quotidiana. Quelle con persone che sono amici, amici di amici, parenti o semplici conoscenti. Quelle con laggente, insomma.

E più o meno la domanda di solito è formulata così: ma quindi cos’è questo ForKidsForLife?

Ecco, io di preciso non ho ancora capito cos’è ForKidsForLife. E lasciamo stare che tutto è nato da una idea mia e di Annalisa Gennaro. E lasciamo stare che tutto oramai è nato che sono passati cinque anni. E lasciamo stare che in cinque anni di cose ne abbiamo fatte. E lasciamo stare che a fare tutte queste cose non siamo più soltanto io e Annalisa. Che nel frattempo siamo diventati tanti. Tanti, già. Ecco, so per esempio – questo sì – chi sono quelli di ForKidsForLife.

So che sono una manciata di persone che vivono sparpagliate qua e là per l’Italia. Una manciata che a contarli di preciso non saprei nemmeno da dove iniziare. Ma che contati male direi che ad una cinquantina in un modo o nell’altro ci arriviamo. Ci sono mamme (tantissime) e papà (così a occhio direi che però i papà sono un pochino meno delle mamme). Ci sono manager e impiegati, liberi professionisti e casalinghe, imprenditori e notai, avvocati e geometri, dipendenti pubblici e privati. La gran parte di tutta questa gentaglia ha un’età che varia tra i quaranta e i cinquant’anni.

Praticamente tutti – in modo o nell’altro – corrono. Corrono nel senso che di tanto in tanto indossano scarpette, pantaloncini e t-shirt. E si mettono a faticare. Per cinque, dieci, venti, quaranta, cento chilometri. C’è pure chi non si accontenta di correre. E per faticare meglio si fa aiutare da una bici. O nuota, o si arrampica su montagne impervie. O fa altre sciocchezze simili insomma. Geograficamente parlando è meglio rappresentato il nord dello stivale. Ma ottimamente rappresentati sono anche i bevitori di birra, gli esperti di selfie contro luce, i divoratori di oro saiwa e – per l’appunto – i collezionisti di t-shirt e medaglie. T-shirt e medaglie che sono l’ambito premio di quando – dopo tutta la fatica fatta – si arriva in qualche modo e da qualche parte del mondo a tagliare il meritato quanto desiderato traguardo.

Tutta questa gente quando corre o quando pedala o quando si arrampica – o quando insomma fa fatica – indossa sempre una t-shirt bianca. Una t-shirt bianca che sul davanti – proprio lì vicino al cuore – ha stampati quattro smarties colorati. Uno violetto, uno rosso, uno giallo oro ed uno verde. C’è una ragione per la scelta di questi colori? Ebbene, no. Però se lo chiedete ad Annalisa vi dirà che non è vero. E vi spiegherà il perché di ogni singolo colore.

Dicevo che a correre con indosso quella t-shirt sono davvero in tanti. E perciò succede che un giorno sì è l’altro pure ti ritrovi sui vari social network foto scattate di qua e di là e di su e di giù. Foto di gente che sorride indossando quella t-shirt. E che quindi uno poi si domanda: ma che cazzo avranno quella lì o questo qui da sorridere dopo aver faticato per ore consumando cuore, fegato, polmoni e scarpette? Beh, la risposta è facilissima. In quella foto c’è sempre il senso di voler dare a tutta quella fatica un significato diverso da tempi, classifiche e statistiche varie. Il senso di quella foto è che la fatica non è mai sprecata. Il senso di quella fatica è per esempio nel chiedere al mondo che guarda a quelle foto seduto comodamente sul divano di casa di fare una piccola cosa. Di compiere un gesto piccolissimo ma quanto mai prezioso.

Perché su quella t-shirt – e quasi sempre anche nel testo che accompagna la foto – c’è infatti un invito a donare un sorriso.

Donare un sorriso? E che diamine vuol dire di preciso “donare un sorriso”?

Vuol dire che ogni volta che uno di quelli di ForKidsForLife posta una foto sul suo profilo facebook o instagram o twitter o sul social cazzonesò ci ricorda che il mondo non è un posto dove tutto va esattamente come lo desideriamo. Specialmente quando non va come lo desideriamo per i più piccoli. Che per i più piccoli a volte la vita inizia in salita. E che da soli non possono farcela.

Così negli anni quelli di ForKidsForLife hanno aiutato il mondo a ricordare che anche quando la vita di un bambino inizia in salita ci sono tante persone che possono aiutarl. In un modo o nell’altro. Cose semplici e cose meno semplici. Sfide difficili e sfide a volte al limite dell’impossibile.

Donare un sorriso vuol dire sostenere i progetti di quelle centinaia di migliaia di persone meravigliose che ogni giorno lavorano al servizio di piccole onlus o per conto di organizzazioni non governative all’interno di ospedali, centri di ricerca, per la strada, dietro casa nostra o nel cuore del continente africano.

Poi c’è una cosa che dovete sapere. E che io lo racconto sempre. E cioè che quelli di ForKidsForLife non hanno grandi risorse e sono pure poco strutturati. Quindi abbiate sempre aspettattive assai contenute. Che poi, all’inizio si pensava che eravamo poco strutturati per via del poco tempo e dei tanti impegni di ognuno di noi. E che perciò non c’era modo di fare diversamente. Poi però abbiamo capito che in fondo è tutto molto bello così.

Vabbè, comunque nonostante le poche risorse abbiamo almeno un sito web (che però viene aggiornato con la stessa cadenza con la quale la Cremonese vince lo scudetto nel calcio) e pure una pagina facebook (che viene aggiornata anche meno di frequente del sito web).

Di buono c’è anche che questo sito web offre almeno tutte le informazioni che servono. Che servono appunto a chi vuole donare un sorriso. Perché sul sito è facilissimo trovare spiegati tutti i progetti che quelli di ForKidFirLife hanno a cuore. E per donare un sorriso (che tradotto vuol dire donare euro preziosissimi) basta un semplice quanto meraviglioso click.

E poi dimenticavo di scrivere che quelli di ForKidsForLife negli anni hanno poi preso anche pessime abitudini. Pessime abitudini che sono diventate appuntamenti ricorrenti e immancabili. Una di queste ricorrenze – per esempio – è quella di ritrovarsi ogni anno a far baldoria alla maratona di Milano. Che – pensate voi – loro corrono rigorosamente in staffetta (perché la sera prima si sfondano di pizza e di birra).

Loro vi diranno che la verità è un’altra. E cioè che ogni anno si ritrovano a Milano per correre la maratona con l’obiettivo di raccogliere fondi e sensibilizzare laggente su progetti che a loro stanno a cuore. E che ogni anno questo progetto è diverso. Io però – vi dico la verità- a questa cosa non ho mai creduto.

Il due aprile del prossimo anno – per dire – i runners con gli smarties correranno a Milano per sostenere AISMEL. Da qui ad allora avranno tempo di raccontarvi le sfide che questa piccola Onlus ha vinto e vuole continuare a vincere. Vi chiederanno anche di sostenerli.

Ma vi chiederanno anche di scendere da quel divano e correre insieme a loro. Anche per pochi chilometri. E correre con quelli di Forkidsforlife – ve lo assicuro io – è davvero una esperienza tra le più meravigliose e divertenti che vi possa capitare di vivere.

Parola di #maratonetapigro.