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di cose che ho dentro


L’ospedale era gestito dalle suore. E le suore erano cattive. Sì, vabbè, non sempre. Però spesso erano cattive. Tipo quella volta che io e mamma ti abbiamo portato un piccolo regalo – un giocattolo, era un trenino – e avevamo chiesto alle suore di dartelo per Natale. Che a Natale non ci facevano entrare in ospedale. Perché tu per quaranta giorni dovevi stare in isolamento. Poi quando finalmente ci hanno fatto entrare per qualche minuto – era già la Befana – in quella stanza che sapeva di alcol e di medicine quel giocattolo non c’era. Suor Zitta aveva punito tutti i bambini perché si erano comportati male. A me veniva da piangere perché mi chiedevo cosa cazzo avrà fatto di così grave un bambino di tre anni e mezzo per non avere nemmeno un piccolo regalo per Natale. C’era invece il babbo di un altro bambino di Sassari che quella mattina aveva viaggiato con noi che la cosa l’aveva presa pure peggio. Che io in quel periodo avevo la 500 guasta e non avevo i soldi per ripararla. Così a Iglesias quella volta ci siamo andati con uno che la domenica per fare due soldini organizzava un pullmino e portava una decina di persone. Tutti babbi e mamme che da Sassari andavano fino a Iglesias a trovare i loro figli. Tutti piccoli. Per curare i bambini colpiti dalla tubercolosi. Che quarant’anni fa in Sardegna c’era solo quello di ospedale. Comunque ti dicevo che quella mattina c’era questo di Sassari che si chiamava Masia che era uno che si vedeva che era triste. Il figlio era rinchiuso in quel posto da quando aveva due anni. Era lì da un anno e passa. E lui e sua moglie perciò erano un anno e passa che il figlio lo vedevano solo la domenica dalle otto e mezza alle undici e mezza. Poi via. E bisognava aspettare ancora una settimana. E insomma mi ricordo che quando suor Zitta gli ha detto che non avevano dato il regalo di Natale al figlio perché tutti i bambini si erano comportati male era a due metri da me. Lui cambiò espressione. Io l’ho capito subito cosa stava per succedere. Afferrò suor Zitta con due mani, la sollevò e la spinse contro il muro sollevandola da terra di almeno un metro. Che dove avesse trovato tutta quella forza non lo so perché era un uomo piccolino e suor Zitta invece era una donna alta e grossa. Non te lo dovrei dire ma spuntò dalla sua tasca una leppa [un coltello, per capirci] e gliela puntò sul collo. Voleva solo spaventarla, niente di più. Ma d’altronde mettiti nei panni di un babbo che ha suo figlio di due anni in ospedale da un anno e mezzo. Che rischia la vita per un cazzo di malattia che gli avevano contagiato non si sa come. E che tuo figlio non lo vedi e non lo sentì se non una volta alla settimana. E insomma sarai un po’ nervoso, o no? Poi comunque siamo intervenuti subito io e un altro che era lì e li abbiamo separati.

A te la tubercolosi l’aveva contagiata tuo zio. Eravamo andati in ospedale a Sassari a trovarlo. Al Sanatorio, quello che oggi è il Conti. Allora era una specie di lazzaretto. Tutti finivano la. In quegli anni di tubercolosi morivano in tanti in Sardegna. E non c’erano le cure di oggi. E poi le cose non si sapevano. E poi vabbè, hai iniziato a non mangiare, e febbre sempre alta. La pediatra diceva che se non mangiavi erano solo capricci. E che stavi bene. E che la febbre era normale a quella età. E noi ci fidavamo. Lei era una molto brava. Suo fratello era l’avvocato dell’Aga Khan. Che avevano pure cercato di rapirlo a Roma una volta ma poi invece li hanno trovati prima. Comunque ti dicevo che c’era sempre la febbre e non mangiavi e piangevi sempre che ti faceva male tutto. Così siamo andati da uno che conosceva signor Lucio che era il nostro vicino di casa. Era un medico famoso e aveva detto che non ci avrebbe fatto pagare. Anche perché eravamo senza soldi davvero in quel momento. Visitò sia te che Stefano [mio fratello, sempre per capirci] e non ebbe dubbio alcuno: ricovero urgente, molto urgente.

Stefano aveva sei mesi, tu tre anni più di lui. Iniziò tutto quella sera uscendo dallo studio di quel dottore. Che non me lo ricordo come si chiamava. Ma ricordo solo che ci disse che avevamo aspettato troppo. E che non c’era più tempo da perdere. Ce la siamo vista brutta. Ma brutta figlio mì…

Poi ha versato un bicchiere di Monica di Santa Maria la Palma che era entrata mamma dicendo ajò in tavola che la favata è pronta. Mi ha guardato come a volermi dire sono passati quanrantacinque anni e adesso corri le maratone. Come vedi poi la vita ci pensa lei.


Informazioni su Alessandro Accalai

Babbo, sognatore, maratoneta. Nato a Sassari nel meraviglioso 1970 ha studiato di economia e società, specializzandosi poi all'estero con la scusa di imparare l'inglese tra una birra ed un fish&chips. Ha iniziato il suo percorso professionale tra marketing e commerciale lavorando per alcune importanti multinazionali (dal petrolifero alle energie alternative, poi ancora alimentari e - più di recente - beverage). Attualmente si occupa di Trade Marketing B2C in Italia per conto di una nota azienda birraria. Fin da ragazzino - e quindi tuttora - appassionato di scrittura creativa e di racconti brevi. Dicono di averlo visto collaborare all'interno di varie redazioni tra riviste, quotidiani e radio locali. Però lui è uno che va sempre di fretta. E invece nella vita talvolta bisogna saper aspettare. Runner da dieci anni (ovvero da quando i runners si chiamavano podisti) è diventato maratoneta nel 2011 a Edimburgo. Nello stesso anno ha dato vita ad un progetto di personal fundraising noto sui social network come #centomilapassi e grazie al quale ha contribuito alla realizzazione delle reti idriche che hanno permesso di portare acqua pulita in due piccoli villaggi nel Casamance, sud del Senegal. Nel 2102 ha fondato ForKidsForLife, una piccola officina di idee che promuove attività di raccolta fondi a sostegno di organizzazioni noprofit impegnate in campagne rivolte ai più piccoli.

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